Rifondare l’Europa, riscrivere la Sinistra

Dunque il reazionario Bolsonaro ha vinto le elezioni nel Paese che più di ogni altro ha praticato, negli ultimi venti anni, conflitto, partecipazione, governo della redistribuzione.

Dopo Trump che punta dritto alla abolizione dello ius soli, la Brexit, il consolidamento della post democrazia in Russia e in Turchia, dopo i governi di estrema destra di Polonia, Ungheria, Austria, dopo il governo nazional populista in Italia, l’onda nera atterra anche in Sudamerica.

Il frasario del nuovo leader fa orrore ed è con questo abbecedario di concetti terrificanti che ha costruito consenso, anche tra i ceti più poveri della popolazione. Certo il PT, dopo una straordinaria stagione riformista, ha commesso errori, nella realtà così come nella percezione, in particolare sulla questione morale e sulla paura diffusa di un nuovo impoverimento del Paese.

Il punto però a me pare davvero più complicato. Ovvero come e perché muore la democrazia per come l’abbiamo conosciuta durante il suo secolo lungo, il 900. Perché è il sistema democratico che sta saltando con il consenso di parti consistenti della popolazione.

Se in tutto il mondo occidentale il prevalente che si afferma è un mix micidiale di semplificazioni salvifiche, razziste, fondate sulla ricerca del capro espiatorio, dovremmo dismettere la logica binaria che consegna i trionfi della destra estrema esclusivamente ai fallimenti della sinistra di governo. Una equazione che non funziona. Funziona invece, come moneta elettorale potentissima, la ricerca del rogo delle diversità. Succede in Polonia dove la caccia allo straniero è pratica quotidiana in un Paese senza flussi migratori. Succede nella cattolica Polonia la rimozione delle responsabilità nazionali sullo Shoà e i campi di messa a morte di milioni di persone. Succede in Ungheria dove Orban ha costruito il suo consenso con strette illiberali sempre più evidenti. Paesi dove il PIL vola e la speranza di benessere si diffonde.

Succede anche a casa nostra. Le vele giallo verdi sono dispiegate e il senso comune del ciarpame razzista si va finendo di mangiare ciò che resta del patto costituzionale repubblicano. Costituzione muta e impossibilitata ad agire per lo spirito di rinvio che l’ha pervasa e silenziata nel corso dei decenni. Già nel 1956 Calamandrei parlava dei rischi di una Costitutio depopulata. Una Carta senza popolo diventa un popolo senza voce.

La democrazia costituzionale è metodo: ci si accorda prima sulle regole e sui valori e poi ci si conta. Le regole e i valori non sono negoziabili. La democrazia costituzionale è sostanza: regge fin quando viene intesa come utile perché capace di garantire inclusione, redistribuzione delle opportunità, benessere. Oggi diventa complicato battere il senso comune sfascista con il buon senso della sinistra delle compatibilità o con i proclami della sinistra radicale, piccola, ininfluente, impegnata in una lotta fratricida senza fine.

Anche perché se il Pd è dentro una drammatica crisi di consenso e di collocazione sociale, la sinistra è ridotta alla microbiologia della sopravvivenza della particella di sodio. Particella contro particella.

Anche qui dovremmo provare a sommare più mappe per capire perché ci troviamo in questo snodo drammatico della storia in cui a dare le carte e le parole ai sovranisti sono personalità come Bannon o Dugin con il suo nazional bolscevismo senza materialismo, ateismo, modernismo, progressismo. Per Dugin conta solo la rinascita della nazione, la comunità organica, non certo “i capricci della singola persona”. Così per citare a caso le sue perle che consegna costantemente al ministro Salvini, con cui intrattiene ottimi e continui rapporti.

Da dove ripartire? Dieci anni dall’inizio della fine del liberismo globalizzato, la riduzione dello spazio pubblico, la crisi della democrazia liberale, l’economia che si fa algoritmo e le immense povertà che ne conseguono, la riduzione e la privatizzazione degli spazi di welfare, il poco lavoro da redistribuire, l’insufficienza dei salari, il lavoro povero, il costante calo dei consumi interni, la drammatica rottura dell’ascensore sociale che rende inutile agli occhi di chi sta peggio provare ad investire in conoscenza per emanciparsi dalla propria condizione di subalternità.

Tutti questi elementi rappresentano le condizioni materiali di perdita di benessere, fiducia, futuro. Qui si rompe il legame tra democrazia e popolo. Di questo sono responsabili le forze politiche che hanno governato negli ultimi venti anni cercando di gestire e temperare gli effetti della globalizzazione. Prevalentemente forze della destra liberale ma anche del centro sinistra. Per questo vengono segnate dallo stigma della casta, di elite senza popolo.

Ma non è tutto. Penso che mentre avveniva questo processo di generale impoverimento delle classi subalterne, partiva, nel chiuso delle case, un’altra rivoluzione. Quella della radicale trasformazione del mondo della comunicazione di massa, dell’affermarsi della rete, della rottura della intermediazione nella gerarchia delle notizie e delle fonti, del protagonismo individuale, dell’io autoreferenziale, dello Spettacolo on line direbbe Debord.

In una epoca di passaggio si è consumata la dimensione pubblica collettiva mentre i social lavoravano alacremente alla modificazione delle mentalità, del modo di pensare, di ricordare. Di gestire e percepire le emozioni più intime. Una cesura di carattere antropologico. Ad esempio se la memoria viene esternalizzata in apparati ad alto contenuto tecnologico, il cervello smette di svolgere quella necessaria rielaborazione di medio lungo periodo che ci consegna il nostro rapporto con il tempo, il passato, il futuro. La vicenda umana viene cristallizzata dentro un presente immanente senza storia. E senza memoria ciò che entra in sofferenza sono le funzioni psichiche, cognitive, il comportamento, ovvero l’identità profonda delle persone.

In rete, sui social vincono comportamenti reattivi, vince la frammentazione dell’io, l’incapacità di definire le priorità, gli obiettivi, viene meno la profondità, la complessità, tutto cammina su di un codice binario, vero / falso, un pollice a definire il sistema valoriale. Tutto è a portata di mano, tutte le informazioni sono a disposizione rompendo il circolo virtuoso della conoscenza fondato su apprendimento, lavoro, fatica, studio, umiltà, consapevolezza.

Tutto questo per dire che i processi di manipolazione incidono sul senso comune e quindi anche sui comportamenti elettorali. E in particolare su facebook il meccanismo più efficace è quello che investe sul cinismo diffuso, sulla sfiducia, sulla crescente invidia sociale, sulla ferocia, sul capro espiatorio. E sulla colpa. La colpa la puoi sempre dare a qualcuno, si trova nel passato, non implica la ricerca delle soluzioni e nasce sempre da azioni individuali. A differenza della responsabilità che devi agire in prima persona, che si colloca nel presente, che implica la ricerca della soluzione e che soprattutto agisce dentro processi collettivi.

Sui social vincono le fake, i big data, la tracciabilità dei comportamenti e la loro modificabilità. Oltre che una gigantesca epidemia di solitudini, frustrazioni, nevrosi. Insomma il regno incontrastato della semplificazione populista basata sulla predominanza delle emozioni negative. Tutto questo si somma al pensiero veloce, alle categorizzazioni semplici, all’analfabetismo funzionale, alla trasformazione della scrittura in attitudine orale. Come ci spiega l’università di Napoli, in rete tre persone su cinque non sanno distinguere il falso dal vero.

Se la democrazia è una architettura complessa che ha bisogno di cittadini consapevoli capaci di leggere alcune righe senza distrarsi, si capisce quanto le nostre protesi, gli smartphone, e la perenne iper connessione hanno a che fare con la produzione di mentalità semplificate, aggressive, disponibili a piegare verso la violenza figurata e non solo.

E tutto questo non avviene nel regno delle libertà ma in un contesto in cui agenzie ricche e tecnologicamente attrezzate giocano la loro partita per influenzare e modificare il nostro modo di stare al mondo, gli stili di vita, il rapporto con gli altri, la qualità e la quantità dei consumi.

I nazionalisti, i fascisti, i sovranisti questo lo hanno capito molto prima e agiscono in rete di conseguenza. Sui social si gioca gran parte della partita politica. Come in Matrix, “pillola rossa o pillola blu?”; La verità scarnificata delle difficoltà del vivere o la dissimulazione di una profumata bistecca e di un mondo a nostra immagine e somiglianza eliminando fatiche, differenze e persino la libertà?

Queste due mappe, quella delle difficoltà materiali e quella dell’immaginario social, fanno il terreno di scontro che abbiamo davanti. Queste due mappe fanno la forza delle destre nazionaliste e razziste. Con questo contesto dobbiamo imparare a fare i conti e dobbiamo farlo in fretta.

Non è la paura a vincere sui social e nelle viscere della nostra società, bensì il rancore e l’egoismo proprietario che si arma, non solo in senso figurato, che si organizza, oltre e con l’approvazione dello Stato, a difesa della “roba”, poca o tanta che sia. Una villa a Treviso o una casa popolare a Roma non fa differenza. Chi ha qualcosa da difendere si coalizza. L’uno non diventa due, piuttosto si sceglie il nemico comune da mettere nel mirino.

E sul piano delle politiche materiali si sostituisce l’emancipazione con l’assistenzialismo a sua volta basato su meccanismi di gratitudine, favori, paternalismo e patriarcato. Il diritto sfuma nella elargizione verticale, concessa dal capo di turno. Così muore un dibattito importane come quello sul reddito di cittadinanza.

Qui stiamo, persino ben al di sotto dell’epica del fascismo storico, mosso dall’ambizione totalitaria della socializzazione delle masse. Siamo dentro le pieghe di un fascismo piccolo piccolo, montato ad uso e consumo per evitare di rischiare di perdere ciò che si possiede. Un far west alimentato da governi eversivi che vivono di propaganda aizzando costantemente alla guerra civile a bassa intensità. E la violenza si concentra sulle parole e sui corpi con l’obiettivo di far sparire lo sconfitto dallo spazio pubblico.

Per fronteggiare questo passaggio d’epoca c’è bisogno di lucidità, coraggio e di nuove chiavi di lettura. Come si argina questa melma di luoghi comuni, banalizzazioni, rottura del vincolo di solidarietà tra gli esseri umani, ferocia individualista? Intanto dandoci tempo e strumenti che servono ad una ricostruzione che è culturale, pedagogica, di autoeducazione alla convivenza civile. Ricostruire un pantheon valoriale e di pratiche di mutuo aiuto, solidali, di fratellanza, di sorellanza. Senza cedere alla retorica nazionalista, dei confini, dei dazi, del protezionismo, delle piccole patrie. Sentirsi parte del mondo ricordando le parole di Mitterand, “il nazionalismo è la guerra”. Riorganizzare i corpi intermedi, dare solidità alla democrazia della rappresentanza contro il rapporto diretto ed esclusivo tra leader e popolo.

Abitare le comunità locali, dando senso ai luoghi, alla coscienza dei luoghi contro la dinamica dei flussi della finanza così come della rete. Stare dentro le vicende in cui la vita va in onda con tutto il suo portato di contraddizioni, ingaggiando un corpo a corpo continuo con la deriva reazionaria di massa che attraversa la società. Scegliere il campo in cui parteggiare e nel quale ricostruire il senso di una identità di sinistra egualitaria cooperativa ecologista femminista antiautoritaria antinazionalista fortemente ancorata all’Europa come spazio pubblico da rifondare.

Scegliere di far parte del campo progressista investendo su ciò che unisce, cucendo le relazioni, valorizzando la pluralità per evitare la marginalizzazione definitiva della sinistra dal sistema della rappresentanza. Perché in gioco c’è questo. Chi oggi continua a praticare con disinvoltura la frammentazione è parte del problema non della soluzione.

In questo senso l’esempio più promettente rimane quello del Partito Democratico americano dove, nel solco arato da Sanders, irrompono sulla scena politica giovani afro americane, donne, leader di comunità, che contendono con determinazione la guida del partito al vecchio notabilato. E lo fanno parlando di innovazione, diritti civili, giustizia sociale, scuola, sanità, reddito e militanza anti suprematista. Stando ostinatamente nel campo, senza tentazioni minoritarie. Pragmatismo sul piano della rappresentanza e radicalità sociale. Una lezione esemplare su come stare dentro le contraddizioni con un proprio profilo identitario a vocazione maggioritaria. Capaci e motivate a battersi sul terreno e sui social con un livello di approssimazione migliore del nostro.

Investire tutto quello di cui disponiamo nel campo largo democratico e progressista portando in dote storie, biografie, idee, progetti, conflitti, competenze ed esperienze sociali. Rompere il perimetro, favorendo l’invasione di campo. Stare nel campo per cambiarlo radicalmente nella forma che assume sul terreno e nelle parole che agita sulla rete. Contro i razzisti non ci possono essere sfumature e pacche sulle spalle, bisogna ingaggiare, battersi a viso aperto, risalendo la china del senso comune senza confidare nel buon senso.

La stessa cosa vale per le prossime elezioni europee, anche perché saranno le prime vere elezioni continentali in cui si confronteranno opzioni strategiche completamente alternative. Da un alto le elite che vorrebbero mantenere l’Unione così come è, dall’altra i nazional populisti che vorrebbero semplicemente indebolirla o distruggerla facendo felici i altri sovranisti americani, russi, cinesi. In mezzo il campo progressista che dovrebbe avere l’ambizione di rompere quel dualismo proponendo il cambiamento radicale dell’Europa, favorendo la democratizzazione della medesima e il ritorno alla sua dimensione prettamente politica e popolare. Più Europa politica, più spazio alle comunità locali, alle città per battere il virus nazionalista.

Serve il coraggio di mettersi a disposizione di una lista transnazionale cosi come descritta dal manifesto degli intellettuali coordinati da Massimo Cacciari e Giacomo Marramao. Una lista aperta per la nuova Europa, capace di dare spazio alle nuove forme della rappresentanza sociale, civile, delle comunità locali, di generi e generazioni. Una lista europeista che sia già il campo largo nella sua capacità di includere culture plurali e diversità. Capace di appassionare e di muoversi con la forza di chi non vuole arrendersi all’onda nera che rischia di annientare le nostre vite, le nostre storie.

Serve un gesto di straordinaria generosità, serve mettersi a disposizione di una nuova costruzione che sia all’altezza del passaggio epocale che stiamo vivendo. Ripristinare il Noi significa anche questo, riscoprire la politica come servizio e gesto collettivo. Fosse anche solo per questo vale la pena battersi rompendo schemi e indugi.

Massimiliano Smeriglio

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