17 Luglio 2018

GIUSTA – L’agorà sul lavoro e welfare di rete futura.

Giusta è un concetto largo, orizzontale, che come un capello si posa su tanti ambiti della vita pubblica. Il lavoro, il welfare, l’idea di sviluppo, i diritti. In una parola, il futuro.
Un aggettivo che dovrebbe definire qualsiasi azione politica ma che forse ha smesso di essere la stella polare dell’azione civica. I profondi cambiamenti in atto nella società, lo sviluppo esponenziale della tecnologia, la crisi economica e la conseguente contrazione dei bilanci hanno posto e continuano a porre enormi sfide alla sinistra del futuro.
L’Italia è di fatto un Paese a giustizia sociale limitata dove la crescente disuguaglianza assume una molteplicità di dimensioni che nella società diventano sempre più strutturate.
I rendimenti del capitale accumulato dalle persone abbienti sono e saranno sempre maggiori rispetto alla crescita dell’economia reale e tale fenomeno non può che accentuare la disuguaglianza nei redditi disponibili. Ciò si accompagna ad un’analoga tendenza nella disuguaglianza dei redditi da lavoro.
La precarizzazione del mondo del lavoro, la diffusione di lavori temporanei, poco retribuiti che non permettono condizioni di vita dignitose non sono che un’amara manifestazione di questa realtà.
I differenziali retributivi tra uomini e donne testimoniano una forte disuguaglianza di genere. Non solo i tassi di occupazione femminile sono tra i più bassi in Europa (Siamo il penultimo Paese europeo, avanti solo alla Grecia) ma l’occupazione femminile è per lo più concentrata in settori a bassa retribuzione, lavori meno qualificati, ai quali non è riconosciuto lo stesso valore delle occupazioni tipicamente maschili.
L’Italia è tra i Paesi europei con le più alte differenze intergenerazionali. Abbiamo una disoccupazione giovanile vicina al 33 % (fascia 15-24) il doppio della media europea. Il dato di per sé allarmane diventa di grave urgenza se letto insieme ai tassi di inattività vicini al 24%, nella fascia tra i 24 e i 35 anni.
Destano preoccupazione anche le ampie differenze territoriali. Un nord sempre più nord e un sud sempre più sud. E le differenze aumentano non solo fra regioni ma anche e soprattutto all’interno delle regioni stesse. La ricchezza si accumula nelle mani di pochi, e si concentra in alcune aree, per lo più urbane, creando un vuoto, fatto di impoverimento diffuso, territori abbandonati e realtà marginalizzate.
La diffusione dell’instabilità reddituale, la crescita dei lavori temporanei, le difficoltà di conciliazione tra cura e lavoro (caring and working), l’esplosione della non autosufficienza toccano tutti gli strati sociali aumentando la vulnerabilità di tutti i ceti. In Italia, tra il 2008 e il 2016 è cresciuto più che in ogni altro Paese europeo il numero delle persone a rischio povertà, 5 Milioni secondo l’ISTAT. E gli esclusi molto spesso non sono sufficientemente resilienti per uscire dalla trappola della povertà.
Le politiche di welfare considerate come strumento privilegiato per ridurre le disuguaglianze prodotte dalle origini sociali e dalla partecipazione al mercato del lavoro, non sembrano più, almeno in Italia, essere capaci di assolvere a questo compito.
In assenza di interventi in grado di contenere queste tendenze la situazione è destinata a diventare sempre più grave. Le politiche “omissive” degli ultimi anni hanno di fatto aggravato le situazioni di disuguaglianza.
Occorre dunque ripensare il mondo del lavoro, il welfare, il sistema previdenziale e il contesto imprenditoriale. Non bastano i retaggi del passato, le denunce sul peggioramento della qualità del lavoro, la descrizione accurata di situazioni già note, le politiche sociali accantonate a un capitolo a sé stante, ad altro rispetto al governo del Paese.
Serve una risposta complessiva e a tutto tondo, che si occupi di tutte le figure del mondo del lavoro e non più di una parzialità, spesso da scagliare l’una contro l’altra, e che parli di opportunità per tutte e tutti, attraverso nuovi modelli di cooperazione sociale e di innovazione sociale.
Ci sono una serie di domande a cui l’agorà ha provato a dare risposte per tracciare il percorso della sinistra Futura e progressista.
Ci siamo chiesti se la diffusione della tecnologia e l’aumento della produttività possano rendere effettiva l’idea di “lavorare meno, lavorare tutti”.
La ricchezza prodotta nel mondo cresce, l’innovazione tecnologica e organizzativa aumentano la produttività del lavoro ma da decenni la quota di surplus creato è lasciata nelle mani delle imprese, invece di essere ripartita con i lavoratori che la generano. Una redistribuzione che implicherebbe maggiore occupazione e maggiore equità sociale.
Ci siamo domandati se gli effetti di discriminazione, disuguaglianza e polarizzazione siano sufficientemente compensati da politiche di protezione e partecipazione, di professionalizzazione e di formazione continua.
Gli investimenti pubblici hanno un ruolo decisivo nel contrastare gli effetti negativi della trasformazione in atto nel mondo del lavoro. Lo stesso si può dire della capacità dei lavoratori e delle loro organizzazioni di capire e anticipare i cambiamenti con forme attive di partecipazione, di solidarietà e di valorizzazione dell’autonomia professionale.
Nei tempi in cui la progressività fiscale viene sacrificata sull’altare della flat-tax, noi crediamo che le politiche redistributive debbano essere affiancate a politiche pre-redistributive, come ad esempio misure di sostegno al reddito, e politiche fiscali che contestualmente alla riduzione del costo del lavoro tassino le rendite, le transazioni finanziarie ed i patrimoni improduttivi.
Il reddito garantito, uno strumento di redistribuzione e liberazione delle persone, deve diventare la base su cui costruire un nuovo modello di welfare davvero universale.
Bisogna garantire ai più giovani un reddito di formazione che renda uguali per tutti i punti di partenza; un reddito che consenta a chi si affaccia sul mondo del lavoro a non cedere al ricatto della precarietà e poter scegliere il proprio futuro; un reddito che garantisca il diritto di poter scegliere quando diventare genitori, perché la paternità e la maternità non possono essere un lusso, soprattutto in un Paese a crescita zero; il diritto ad un nuovo inizio alle persone oggi fuori dal mercato del lavoro; il diritto dei liberi professionisti, dei ricercatori, degli intermittenti dello spettacolo, dei lavoratori atipici, dei free-lance, dei mille arcipelaghi in cui è frazionato oggi il mondo del lavoro a non essere divorati dalla fragilità lavorativa ed esistenziale.
Anche le imprese possono governare meglio il cambiamento del lavoro se adottano strategie che non mettono al primo posto la produttività e competitività nel breve termine ma piuttosto la sostenibilità sociale e la stabilità delle trasformazioni dei loro processi produttivi in un periodo più lungo.
In questo senso l’agorà si è interrogata sul ruolo che possono avere le imprese sociali e il terzo settore nell’Italia di domani e quali azioni mettere in atto per promuovere un ecosistema che favorisca il consolidamento, la crescita e lo sviluppo dell’imprenditorialità sociale. Le sfide poste dalla trasformazione del lavoro e la contrazione dei sistemi del welfare possano essere raccolte dalle nuove forme di impresa, dal terzo settore e più in generale dall’innovazione sociale che al contempo può creare posti di lavoro e rispondere alle carenze dei sistemi di assistenza.
Innovazione e cooperazione dovranno essere le parole d’ordine del cambiamento. Le amministrazioni, soprattutto locali, dovranno includere nel perimetro delle politiche di sviluppo e lavoro una nuova generazione di innovatori, imprese ed investitori finanziari che, con modelli inclusivi e partecipativi sappiano sfruttare le nuove opportunità tecnologiche, coniugando la capacità di produrre intenzionalmente impatti sociali positivi con la sostenibilità e la redditività economica e finanziaria delle loro iniziative
L’agorà ha riflettuto su alcuni temi cruciali sui quali dovrà lavorare la sinistra FUTURA. Le sfide che si pongono sono difficili e urgenti e proveremo insieme, attraverso un lavoro permanente e continuo, a costruire una risposta ai bisogni e ai desideri delle persone.

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