17 Luglio 2018

GARANTISTA E ANTIMAFIOSA

Severa con i potenti e rieducativa con i deboli – è così che immaginiamo l’Italia Futura, e da questo assunto abbiamo deciso di sviluppare il confronto che ha avuto vita il 16 giugno all’Agorà tenutasi a Roma.
Viviamo un momento particolarmente difficile per il nostro Paese, un momento in cui l’illegalità diffusa sta condizionando e provocando effetti negativi nella politica, in economia e nella vita sociale. Tutto ciò inevitabilmente ha intensificato e acuito una già profonda lacerazione nel corpo sociale italiano provocando una profonda crisi di valori e principi.
In un Paese dove gli unici problemi sembrano essere l’immigrazione, la progressività della tassazione e le diversità, risulta sempre più difficile rilanciare un’idea diversa di giustizia sociale, di immaginare un modello alternativo di sviluppo economico, risulta sempre più difficile risponde adeguatamente ad una domanda di politica del welfare per i più deboli, per gli ultimi.
Assistiamo giornalmente al tentativo di precarizzazione delle regole che determinano la convivenza democratica e civile in uno Stato di diritto come il nostro, leggiamo di preoccupanti soluzioni che il neo Governo giallo-verde vuole approvare.
Soluzioni che non si interessano dei problemi reali del nostro Paese, come si è analizzato nel corso della giornata, ma che sono volte esclusivamente a far regredire il nostro sistema ad un diritto penale primitivo, ovvero un diritto in cui vige la regola occhio per occhio e dente per dente. Una giustizia che vuole apparire severa e intransigente ma che in realtà ha il solo scopo di essere dura con gli ultimi, con chi è in difficoltà, e saper essere molto indulgente e permissiva con i potentariati e i più forti. Nelle pagine del “contratto di governo” sul tema della giustizia l’unica soluzione che si legge è l’inasprimento “sic et simpliciter” delle pene detentive a tutto discapito delle pene alternative. Una pericolosa inversione di tendenza rispetto all’idea del detenuto in procinto di reintegro nella società, un provvedimento incostituzionale che andrebbe espressamente contro l’articolo 27 della nostra carta costituzionale che indica che “…Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Occorre investire tempo e risorse per produrre azioni concrete per il rinserimento di chi ha sbagliato, occorre dare la possibilità a chi è caduto di rialzarsi e poter tornare a vivere, invece si rischia di aumentare esponenzialmente le possibilità di far tornare a delinquere chi ha già sbagliato lasciandolo solo, abbandonandolo a se stesso e senza la possibilità di costruirsi un futuro, senza alcuna possibilità di intravedere altra soluzione che tornare a delinquere.
A suffragio di quanto detto basta analizzare i dati sulla composizione dei nostri istituti detentivi che accolgono un numero di persone di poco inferiore a 60 000. A pagare sono le fasce più deboli della popolazione, gli emarginati, chi proviene da contesti sociali difficili, luoghi dove raramente esistono opportunità per sottrarsi agli abituali comportamenti devianti.
Nell’Italia Futura che stiamo disegnando non immaginiamo occorra un maggior numero di carceri, non serve a nessuno, occorre invece mettere in sicurezza gli istituti già esistenti, realizzare strutture detentive che permettano di tutelare la dignità della persona, cosa che oggi causa sovraffollamento non è possibile, basti pensare che il 70% dei detenuti non ha garantito il numero minimo di metri quadrati pro capite stabilito dal Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura; occorre avere il coraggio di depenalizzare molti dei reati “inutili” del codice penale, reati che non fanno altro che appesantire e sovraccaricare di lavoro i tribunali e sovraffollare gli istituti detentivi.
È parere condiviso come nel nostro Paese esistano leggi inique nel rapporto tra la sanzione e la gravità del reato, una mancanza preoccupante del nostro legislatore nell’individuare il giusto equilibrio. Leggi ad personam, leggi sull’immigrazione o totale assenza di una precisa legislazione sul conflitto di interessi, sono solo alcuni esempi di iniquità.
A partire dalla legalizzazione delle droghe leggere. E, ancora, un Governo che crede di poter garantire maggiore sicurezza con l’ampliamento delle normative sulla
detenzione e l’utilizzo delle armi. Come se ciò che sta accadendo ed è accaduto in questi anni negli Stati Uniti non possa esserci di insegnamento, come se la risposta alla mancanza di fondi adeguati da investire nel presidio e nella sorveglianza del territorio sia la giustizia “fai da te”. L’Italia Futura non accetta in alcun modo la legittimazione di alcuna licenza di uccidere mascherata da estensione del diritto alla legittima difesa. Non possiamo in alcun modo cedere all’idea che per difendere il patrimonio si metta in discussione il diritto alla vita, si ponga un bene materiale al di sopra della persona. Quanto teorizzato dal Governo è in pieno contrasto con quanto stabilito dalla nostra Costituzione e dalla Convenzione Europea sui diritti dell’uomo.
Piuttosto avremmo gradito e crediamo ancora necessario che il Governo si occupi con fermezza e rigore di fenomeni delinquenziali ben più importanti. Nelle pagine del “contratto di Governo” come del resto in tutti i programmi elettorali presentanti dalle maggiori forze politiche alle scorse elezioni del 4 marzo è scomparso del tutto il tema delle lotte alle mafie. Cancellato con un tratto di penna come se il cancro delle organizzazioni criminali si fosse di colpo debellato. In realtà si è voluto semplicemente buttare la polvere sotto il tappeto.

Avvertiamo la necessità di porre al centro del dibattito politico la lotta alle mafie che esistono e minacciano quotidianamente la democrazia e l’economia del Paese. Sistemi organizzati di criminalità che si sono fatti impresa, che si sono insediati nella parte buona del Paese creando una zona grigia, amorfa, difficile da combattere e che inevitabilmente si è impossessata di una fetta importante della nostra economia diventando saldamente sistema. Secondo alcune recenti stime Istat i fenomeni criminosi hanno un volume di affari nella sola nostra penisola di 200 miliardi di euro annui, dati recentemente confermati dal Ministero dell’Economia e calcolati su fonti Istat.
Non è più il tempo di ritenere sufficiente poter sventolare la bandiera dell’antimafia per poter credere di aver assolto al proprio compito, occorre seriamente tornare a studiare da vicino le mutazioni dei diversi fenomeni criminali che attanagliano la nostra penisola, è indispensabile riscrivere nuove leggi sull’utilizzo dei beni confiscati, nuove leggi che tutelano non solo di chi intende veramente collaborare con la giustizia ma anche e soprattutto chi da buon cittadino decide di combattere in prima persona i fenomeni mafiosi esponendo se stesso e la vita delle persone a cui vuole bene ad un rischio non indifferente.
Non solo lotta alle mafie, ma occorre attuare un programma serio e concreto per combattere il dilagante fenomeno della corruzione, e l’evasione ed elusione fiscale. Fenomeni che combattuti adeguatamente oltre a restituire credibilità alle istituzioni e al sistema in generale possono produrre nuove risorse economiche da investire nel Paese.
Il solo fenomeno corruttivo secondo alcuni economisti nel mondo è stimato nel 3% del Pil di ogni singolo Stato, questo calcolo traslato sui dati economici porterebbe a stimare la corruzione in Italia come un fenomeno che costa all’incirca 60 miliardi di euro l’anno; in realtà il fenomeno corruttivo è difficilmente quantificabile infatti secondo la Corte dei Conti la corruzione genera nei soli appalti pubblici un aumento dei costi pari al 40%. Una cifra che supererebbe ad una prima stima di gran lunga i 100 miliardi di euro, senza contare tutti i danni “collaterali” che produce e che non saremmo in ogni caso in grado di quantificare se non di volta in volta.
Secondo le statistiche Istat pubblicate nel 2017 almeno 1 italiano su 13 si è visto chiedere dei soldi in cambio di un’agevolazione, di un favore o di un occhio chiuso, insomma almeno 1 italiano su 13 è stato vittima di un tentativo di corruzione. Ben il 4,3% del campione è stato vittima di richieste di prestazioni sessuali in cambio di un favore.

La corruzione, divenuta prassi abituale, inevitabilmente incide all’origine il vincolo di fiducia che unisce i cittadini alle istituzioni producendo oltre che un costo politico anche un deficit democratico. In sostanza, utilizzando risorse aggiuntive prodotte illecitamente si generano anche vantaggi concorrenziali ai corruttori e ai corrotti violando i principi democratici di uguaglianza e di trasparenza falsando le competizioni elettorali, basti pensare che secondo le stesse statistiche sopra citate almeno una volta nella vita 1 italiano su 27 ha avuto offerto dei soldi in cambio del proprio voto.
Alla corruzione aggiungiamo anche i dati che ci vengono forniti sull’evasione e sull’elusione fiscale, vera disfunzione della nostra economia. Secondo Eurispes l’evasione e l’elusione fiscale in Italia viene stimata tra i 250 e i 270 miliardi di euro, pari all’incirca al 18% del Pil del nostro bel Paese.

A questi fenomeni, che insieme – una volta combattuti – risolverebbero tanti dei problemi del nostro Paese, a partire ad esempio dalle risorse necessarie per l’attuazione di un serio reddito minimo garantito, o all’abolizione della legge Fornero, il vicepremier Salvini risponde con il proporre l’abolizione della tracciabilità dei pagamenti, già per altro innalzata a 3000 euro dal precedente Governo Renzi e di fatto praticamente inutile. Un provvedimento che non farebbe altro che permettere il prolificare dei fenomeni corruttivi, permetterebbe una sempre più maggiore diffusione del denaro contante, in piena controtendenza con quanto accade negli altri Paesi europei, e come se non bastasse aumenterebbe esponenzialmente le opportunità già sufficienti oggi per le organizzazioni criminali di poter riciclare le somme provenienti dalle attività illegali come lo sfruttamento della prostituzione, il pizzo o la vendita degli stupefacenti. Un vero capolavoro, insomma.

Occorrerebbe, invece, prevedere l’abbassamento della soglia di pagamento con il denaro contante a 250€, soglia più che ragionevole e che non sconvolgerebbe la vita di nessun cittadino onesto, unitamente è necessario abolire ogni sorta di transazione per i commercianti sui pagamenti con il Pos per non aggravare maggiormente il carico di tassazione già alto, e garantire ai cittadini un conto corrente base che non preveda alcun costo di gestione o transazione per le carte bancomat o per i bonifici realizzati on line.

Ai provvedimenti immediati, necessari ma utili solo a metter una pezza al buco, è necessario imbastire nuove forme di lotta ai fenomeni criminali che colpiscono il nostro Paese. Il contrasto alla criminalità non si fa esclusivamente con azioni repressive, né tantomeno aumentando a dismisura i poteri di autodifesa dell’individuo. Le criminalità si combattono con un lavoro meticoloso, il tema è molto più complesso e invade non solo il campo culturale ma investe l’idea stessa di società che abbiamo. Occorre mettere al centro la cultura della legalità, renderla cardine e presupposto essenziale dell’azione della politica e delle istituzioni.

Bisogna aver ben chiara l’idea dalla quale siamo partiti e che non abbandoneremo mai: severa con i potenti e rieducativa con i forti.
È necessario ritornare a presidiare i luoghi di frontiera, tornare a vivere nelle piazze, aprire il confronto e tornare a parlare alle persone. Necessità resa ancor più urgente dalla quasi assenza dei corpi intermedi nella società moderna che in passato assolvevano a tale funzione, e alla totale assenza della funzione dell’etica nella politica odierna. Riscoprire tali valori, farli propri e renderli centrali al proprio progetto politico è il nostro obiettivo e per questo e a questo occorre lavorare, insieme, senza chiudersi a riccio ma avendo la volontà di imparare e di farlo dal confronto continuo e dallo scambio di idee.
La costruzione di una “nuova” cultura della legalità è un obiettivo che vogliamo fermamente perseguire, perché la legalità non è un valore assoluto ma il collante che permette di unire le responsabilità individuali alla giustizia sociale, perché un Paese che rispetta il principio di legalità è un Paese che persegue l’uguaglianza sociale.

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