17 Luglio 2018

FEMMINISTA

Futura è una rete di esperienze civiche e politiche che sceglie di aprire ed essere uno spazio femminista. Femminista e non femminile, perché parte da pensieri e pratiche delle donne per tutte e tutti, per invertire un discorso pubblico prima che un operato di classi dirigenti sempre troppo maschili, che rimuove sistematicamente ciò a cui non riesce a dare risposte adeguate alle sfide dei nostri tempi. Quindi femminista oggi più che mai, significa innovativa, mette a valore uno scarto mancato negli ultimi 25/30 al campo progressista, al nostro campo per avanzare tutte e tutti insieme.
Oggi che ci troviamo difronte al Parlamento con più donne della storia repubblicana, che vota un governo più maschile di quelli degli ultimi 15 anni. 52 uomini e solo 11 donne tra ministri, viceministri e sottosegretari e come se non bastasse le poche ministre ben pensano di rivendicare a partire dal sostantivo il loro essere completamente ignare del valore della differenza. Si vogliono far chiamare ministro e non ministra, come la sindaca di Roma che preferisce essere il sindaco, che pensa di chiudere la Casa Internazionale delle donne di Roma, che non dimostra alcuna relazione con le varie associazioni, consultori, centri antiviolenza della Capitale. In barba alla Crusca oltre che a secoli di battaglie per il riconoscimento di parità. Anche la scelta di un uomo alle pari opportunità, non è nemmeno supportata da un qualche impegno pregresso del suddetto ministro in temi che siano vagamente assimilabili alle tante lotte per accesso a professioni, diritti, reddito delle donne.
Ma tutto questo è solo la punta di un iceberg fatto anche di impegni assunti dal neo governo per i prossimi mesi: a partire dal famigerato contratto, in cui le donne scompaiono quasi del tutto. Compaiono solo come vittime di violenza per cui la violenza maschile sulle donne è menzionata solo sul passaggio riferito al diritto penale, in ottica emergenziale e securitaria, con richieste di inasprimento delle pene e di eliminazione del rito abbreviato per i reati più gravi. E sul diritto di famiglia, dove non c’è nessuna considerazione rispetto alla violenza nei confronti delle donne e dei minori (ignorando il fatto che la Convenzione di Istanbul è vincolante, come da art. 10 della Costituzione, in quanto legge internazionale ratificata dal nostro paese), ma anzi si discute di come dare ai padri separati maggiori diritti sui figli.
Insomma una cancellazione totale, fatta di esclusione costante di voci, di pratiche, di pensieri differenti.
Per questo diventa ancora più importante trovare nelle differenze la chiave che ci unisca e ci consenta di allargare a tutte e anche tutti, un movimento che in Italia sembra arenato. Dopo il successo di Non una di meno e le prese di parola scatenate dagli attacchi violenti ad Asia Argento, oggi ci troviamo di fronte all’emergenza umanitaria nei confronti dei migranti e delle migranti che, come sempre accade, pagano due volte la loro “estraneità”, in quanto migranti e in quanto donne e madri, madri per esempio dei bambini a cui fanno indossare le magliette rosse per renderli più visibili ai soccorsi.
Per fortuna non siamo sole, come ci dicono i tanti movimenti sparsi in tutto il mondo e in particolare l’opposizione a Donald Trump, le donne si fanno protagoniste di un’opposizione alla deriva nazionalista, autarchica, razzista dei nuovi leader post grande crisi, che hanno pensato di investire sulle paure per renderci tutti più deboli e soli e offrirci capri espiatori per evitare l’accusa ai veri responsabili, sempre più lontani e impalpabili.
Ma qui si sa, le donne hanno una storia, una storia di soprusi e di esclusione, una storia di attacchi a partire dai loro corpi che danno la vita. E qui a combattere per la vita, per la solidarietà, per l’inclusione, per un altro modello di sviluppo, per il diritto alla felicità ci troveranno, solo se sapremo trovare un terreno comune, un linguaggio che arrivi a tutti e una pratica di costruzione di alternativa. Lo facciamo già nel nostro piccolo, proviamo con umiltà a farlo mettendo insieme le tante esperienze. A partire da quelle presenti qui nell’agorà femminista di questo caldo 16 giugno, in cui abbiamo provato insieme a ragionare a partire dai nostri vissuti quotidiani, dall’impegno nelle nostre attività professionali o volontarie, dal sapere che abbiamo accumulato sui sentieri meno percorsi dai discorsi ufficiali. Così qui come nel nostro impegno futuro non può mancare un aspetto che forse tiene sempre più insieme l’autodeterminazione, la possibilità di scegliere e il riconoscimento in termini di dignità. È qui che si colloca il “lavoro delle donne” e l’accesso al reddito. Sempre più precarie, sottopagate, pagate in nero o manodopera gratuita, le donne oggi sono anche quelle che risollevano attività familiari destinate al fallimento, che tornano a riconvertire settori produttivi altrimenti obsoleti, che praticano quel welfare aziendale tanto diffuso nei paesi del Nord Europa da farci invidia, che ottengono importanti riconoscimenti nello sport, che inventano nuove imprese o che ci insegnano, oggi più che mai, che il tempo libero e liberato dal lavoro, quello destinato alla famiglia, agli affetti, alle passioni, all’impegno politico è prezioso e va “coperto”. Per questo crediamo di poter proporre un reddito minimo garantito fuori dalla propaganda, giusto e realizzabile e soprattutto liberatorio. Che liberi dai ricatti che troppo spesso hanno tenuto e tengono tutt’ora in catene una metà importante della popolazione. Oggi giovani e donne sono la precarietà esistenziale ma potenzialmente la risposta migliore per risollevare le sorti del nostro Paese e di questa Europa sempre più in difficoltà senza di loro.
“Forza ragazze, al lavoro”, questo è il titolo del tour che Laura Boldrini sta facendo in tutta Italia per raccogliere attraverso l’ascolto molte delle idee che abbiamo elencato in una proposta di legge, ma “forza ragazze al lavoro” è anche il modo migliore per salutarvi.

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