17 Luglio 2018

EUROMED – L’Agorà Euromediterranea

Siamo europeisti, perciò chiediamo una nuova Europa. È l’estrema sintesi del confronto plurale che abbiamo avviato nei lavori dell’Agorà Euromediterranea che si è riunita il 16 giugno a “La Villetta” a Roma. E il nome che abbiamo scelto è una prima declinazione di come concretamente vorremmo che l’Europa cambiasse: volgendo lo sguardo al Mediterraneo e ai suoi popoli, alla sponda settentrionale dell’Africa e al Medio e Vicino Oriente, ai fili che legano le sue culture, rovesciando il paradigma della separazione e immaginando canali umanitari, culturali, economici, di cooperazione pacifica. Ovvero il futuro possibile di un’Europa che si ritrova aprendosi.

E il nostro Paese l’abbiamo immaginato come l’opposto di come qualcuno vorrebbe farlo diventare: ponte naturale e melting pot di culture, quindi con un ruolo attivo e consapevole. Non i muri e i respingimenti, non la demagogia e gli stereotipi xenofobi che sembrano aver conquistato il senso comune ma corridoi umanitari e una nuova dimensione di governo complessivo del fenomeno.

Praticare un modello diverso di relazione con i Paesi dell’esodo epocale al quale stiamo assistendo, acquisendo piena consapevolezza che la guerra non è solo quella guerreggiata, ma quella climatica, quella del controllo e della sottrazione delle risorse, quella dei regimi autoritari.

Le migrazioni sono una costante del genere umano. Non è possibile fermarle. Ma la sterminata massa di disperazione che si muove verso nord in questi anni è qualcosa di più profondo e drammatico. E non sarà possibile contenerla finché non si agirà sulle radici del fenomeno.

Non è sufficiente tuttavia schierarsi contro la propaganda xenofoba che sta incendiando l’intero Continente. Serve capacità di offrire soluzioni, strumenti, iniziative di governo e inclusione che allo stato attuale non ci sono.

E siamo consapevoli che l’accoglienza, così come attualmente è organizzata, non funziona. Seppure il nostro Paese – sia in termini relativi che assoluti – non sia quello che ospita più rifugiati le leggi esistenti (va assolutamente ricordata la Legge Bossi-Fini), la lentezza delle procedure di riconoscimento, la concentrazione delle persone nei Centri di accoglienza, l’assenza di una vera e propria politica dell’inclusione e di una capillare attività di mediazione culturale ed accompagnamento stanno generando il terreno fertile di un conflitto fra poveri, di paure e sospetti, di pregiudizi e reazioni sempre più frequentemente violente, apertamente razziste.

La questione delle migrazioni, dell’asilo e dell’accoglienza è un tema europeo di primaria rilevanza, che sarà uno spartiacque fondamentale alle elezioni europee del 26 maggio, in tutta Europa fra progressisti e conservatori, fra democratici e destre xenofobe. Precisamente la prevalenza degli egoismi nazionali e il ritardo nella costruzione di una reale Unione di Stati frena oggi ogni decisione che consenta di costruire una politica europea dell’accoglienza.

La Riforma del Trattato di Dublino è necessaria, non solo come un fatto relativo alla ripartizione delle quote di ingresso, quanto nell’interesse di centinaia di migliaia di persone, che rischiano la vita attraversando il mare, fuggendo sa situazioni terribili e che avrebbero tutto il diritto di poter scegliere in quale Paese chiedere asilo.

La destra nazionalista, le formazioni del populismo xenofobo, quando non addirittura neofasciste e neonaziste hanno conquistato ovunque consensi impensabili fino a un decennio fa, condizionano in maniera sempre più forte le decisioni dei Governi conservatori, ma anche nelle formazioni della sinistra europea la pressione crescente sul tema dei migranti e il contraccolpo sociale di una lunga stagione di Austerità sta generando discussioni inaspettate.

Questa nuova destra europea è minaccia democratica ed elemento di pressione sempre più forte, che si è già fatta governo in alcuni Paesi dell’Unione: Polonia e Ungheria, ma ormai inizia ad emergere con chiarezza anche nel nostro Paese il profilo culturale e politico del governo gialloverde.

Il Paese nel quale viviamo è profondamente cambiato: precarietà, disorientamento, perdita di certezze e sicurezze sociali hanno indotto le condizioni di un arretramento sul piano culturale e psicologico. La crisi che il Paese ha attraversato nell’ultimo decennio ha fatto il resto, l’incapacità delle sinistre – sia quelle che hanno governato per lunghi anni, sia quelle che hanno scelto la strada dell’opposizione – di leggere fino in fondo, la sottovalutazione di ciò che stava accadendo nel corpo vivo della società, nella psicologia degli individui, ha consegnato alla peggiore destra e a un Movimento ambiguo e qualunquista come i cinquestelle, pezzi interi di Paese.

Per presunzione, scarsa capacità di ascolto o distacco rispetto a nuovi e vecchi bisogni di una realtà frustrata, disgregata, impoverita e in preda a una incontrollabile paura del futuro hanno condotto allo schianto di tutte le formazioni della sinistra, associate da un comune destino anche quando hanno pensato di seguire strade diverse, poiché sostanzialmente inutili, impermeabili all’innovazione, al cambiamento vero dell’orizzonte politico e dei gruppi dirigenti.

Ceto politico scollegato dai luoghi nei quali si manifestano gli effetti reali delle trasformazioni e delle crisi, ma anche potenzialità inespresse, che hanno accumulato per anni risentimento per l’immobilità dell’ascensore sociale che in tre decenni ha spento o lasciato scappare le migliori energie e intere generazioni.

L’esito è sotto i nostri occhi, tragico se provassimo a immaginarlo nelle sue estreme conseguenze: l’Europa (e la sua moneta) trasformata in capro espiatorio di ogni male, anche dei mali che da soli abbiamo costruito, dall’illegalità diffusa, le mafie ma anche l’impressionante mole di risorse disperse in evasione fiscale e contributiva, piuttosto che elementi incancreniti in centocinquant’anni di Storia, oggi pressoché espulsi dall’agenda politica, come la Questione meridionale e quella sarda: un divario cresciuto negli ultimi dieci anni e che oggi presenta, nella timida ripresa registrata negli ultimi anni, la parte più fragile del Paese sostanzialmente ferma e quella più forte e dinamica che si è rimessa in marcia.

L’Europa dell’Austerità, le politiche del rigore, delle intangibili regole di bilancio, mentre tutte le economie nazionali arrancavano negli anni della recessione globale, trasformatesi in un assedio al Welfare e al sistema dei diritti sociali in tutti i Paesi dell’Unione, hanno mandato in frantumi il sogno di Ventotene, ma anche quello di intere generazioni che hanno visto nella moneta unica, nello scambio senza frontiere, una opportunità senza precedenti di conoscenza, di crescita culturale e di opportunità.

Un senso di liberazione e una promessa appare tradita anche ai più convinti sostenitori della realizzazione degli Stati Uniti d’Europa.
Oggi che l’Europa rischia l’implosione – di fronte a Visegrad e ai neonazionalismi per un verso, alla granitica rigidità della guida franco tedesca per un altro – serve il coraggio di costruire una proposta politica nuova, terza rispetto a un dibattito polarizzato e asfissiante fra i conservatori dello stato delle cose presenti e il ripiegamento nazionalista e antieuropeo.

Questa posizione che abbiamo l’ambizione di costruire è anche il luogo nel quale può rinascere e rigenerarsi la sinistra nel nostro Paese e in tutta Europa. Una visione di futuro che ne accetta le sfide e si pone l’obiettivo di ricostruire una trama di relazioni, luoghi di elaborazione, modalità di azione e di nuovo radicamento nella società e nei territori. L’obiettivo quindi di riappropriarsi di ciò che a sinistra si è perso per strada: la cassetta degli attrezzi necessaria ad agire nel ventunesimo secolo, una visione di futuro e una proposta comprensibile progresso sociale e civile.

La risposta è più Europa. La posizione che non si vede è più Europa. Ma questa ambizione, senza il cambiamento necessario, rischia di risultare sterile.

Più Europa significa ad esempio costruire un pacchetto di diritti sociali e civili comuni, una soglia minima di reddito e salario minimo europeo, armonizzare verso l’alto i sistemi di welfare, le norme che favoriscono l’accesso alla conoscenza e alla formazione, gli investimenti nella ricerca scientifica e tecnologica, le politiche di innovazione, le buone pratiche di cura del territorio e di tutela ambientale, ecc. Costruire una cittadinanza europea intorno ai diritti delle famiglie arcobaleno, rimuovere ogni residuo di legislazione omofoba, sessista e discriminatoria.

Costruire l’Europa significa oggi più che mai rafforzare un senso comune di appartenenza. Che non può essere la manifestazione di ciò che l’Europa è oggi nel senso comune di decine di milioni di persone ai margini della società: gli equilibri di bilancio che prevalgono sull’equilibrato sviluppo delle persone, sull’opportunità che andrebbe garantita a ciascuno di emanciparsi dalla propria condizione sociale.

Settant’anni di Pace non possono essere considerati un fatto marginale, nel tracciare un bilancio del processo di costruzione europea.

Era un’utopia solamente settant’anni fa pensare che tedeschi e francesi si sarebbero ritrovati seduti nello stesso parlamento, persino sarebbe parso assurdo pensare che si sarebbero mai parlati.
Questo è il significato e il valore irrinunciabile dell’Europa che abbiamo ereditato. E questo percorso “impossibile” andrebbe spiegato e fatto valere anche in quelle aree confinanti, che sono attraversate da conflitti che paiono insanabili e senza speranza. Nelle terre del conflitto israelo palestinese piuttosto che in Siria, in Libia, in Irak, dove si combattono guerre irregolari e segnate dai confliggenti interessi di potenze straniere, regionali ma anche “occidentali”.

Conflitti nei quali l’Europa dovrebbe avere un ruolo differente. Anche per curare meglio i propri interessi commerciali, economici e strategici va immediatamente posto un freno alla strategia della destabilizzazione e del caos, che ha innescato un meccanismo terribile di guerra, emergenza umanitaria e di terrore. Anche nel nostro Continente.

Ricostruire gli Stati, offrendo una cooperazione civile, che consenta a quei popoli di trovare una loro strada verso la democrazia, resta l’unica arma realmente efficace da esportare nelle zone di guerra.
Superare il cinismo del sostegno di comodo a regimi autoritari che ha caratterizzato (ed in parte ancora caratterizza) la linea di politica estera dei Paesi europei e degli Stati Uniti d’America per lunghi decenni, ma anche la svolta della cosiddetta “esportazione della democrazia” che ha prodotto la situazione attuale.

La vicenda di Giulio Regeni è emblematica dell’atteggiamento dei Paesi europei su questo tema. Perché se ognuno è consapevole del ruolo cruciale dell’Egitto in quella Regione è pur vero che un regime come quello di Al Sisi non può essere sostenuto in ossequio alla real politik degli equilibri e degli interessi nazionali. Questo non significa parteggiare per una delle aree politiche che confliggono, ma rifiutare di sventolare la bandiera dei diritti umani a “corrente alternata”.

Riappropriarsi fino in fondo del tema della Pace e del disarmo, come elemento organico e progressivo di una nuova Europa, è fondamentale. Non solamente come enunciazione di principio ma azione, programma da declinare in azioni di cooperazione allo sviluppo, riduzione del traffico e produzione di armamenti, scambio culturale, sostegno ai processi di emancipazione e investimento sull’autodeterminazione dei popoli, soprattutto nella gestione delle risorse.

L’Europa resta per noi l’orizzonte minimo, essenziale di una politica di progresso sociale e civile, il luogo nel quale le contraddizioni e gli enormi problemi del tempo che attraversiamo possono essere affrontati e risolti. Ricerchiamo perciò una idea nuova e una piattaforma unitaria europea che abbia al centro l’Europa che vogliamo.

L’Agorà nella quale ci siamo ritrovati il 16 di giugno vogliamo diventi un luogo d’incontro, scambio ed elaborazione stabile. Il nodo di una rete che ha l’ambizione di contribuire ad aprire una fase nuova.

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