Claudio Scaccianoce intervista Marco Furfaro su Linkiesta.it

(ANSA) – ROMA, 19 LUG – “Oggi a Roma, nelle sede nazionale di Via Galilei 45, si e’ formalmente costituito il movimento politico “Futura”, che si pone l’obiettivo di rappresentare un argine ai populismi e alle destre e di partecipare alla ricostruzione del campo democratico e progressista del Paese”.

Il comitato promotore ha eletto Laura Boldrini al ruolo di presidente onoraria, Marco Furfaro come coordinatore Nazionale, Alberto Belloni nel ruolo di Tesoriere Nazionale e ha insediato il Comitato Nazionale”

Andiamo quindi a scambiare due parole proprio con Marco Furfaro, neo coordinatore nazionale di Futura, un “movimento politico , che si pone l’obiettivo di rappresentare un argine ai populismi e alle destre e di partecipare alla ricostruzione del campo democratico e progressista del Paese”.

Nella galassia dei micropianeti chiamata Sinistra, mancava davvero un altro asteroide?

Siamo una rete che raccoglie quello che altri partiti sono oggi incapaci di raccogliere, altrimenti non solo non ne avrebbe senso l’esistenza, ma semplicemente assessori, consiglieri regionali, sindaci, amministratori locali, rappresentanti di associazioni e comitati, non ne farebbero parte. Futura nasce anche perché tante persone che fanno politica, amministratori e militanti, non riuscivano a trovarsi nella proposta, nelle pratiche, persino nel lessico del Partito Democratico, ma nemmeno in quelle di LEU. Tanti di noi si sono avvicinati alle elezioni politiche del 4 marzo con la sensazione di una insoddisfazione viscerale, come se il nostro mondo fosse scomparso e una brutta copia, per giunta divisa ed estranea a qualunque tipo di sentimento popolare, ne fosse diventata la rappresentazione. Il risultato è stata una sconfitta epocale, per tutti, nessuno escluso.

Un altro movimento di Don Chisciotte che si lancia alla ricostruzione di un fronte di sinistra unito e vincente?

Più che l’unità della sinistra, oggi il nostro compito è ricostruire un’alleanza con le persone che trovano la sinistra così antipatica da aver persino votato a destra. Che cosa deve accadere per fare in modo che tutti partiti della sinistra si fermino e tornino a discutere, anche spietatamente, del mondo? C’è da fare i conti con una sconfitta di venti anni, non solo con quella di Renzi e di chi ci si contrapponeva. Per questo dovremmo fermarci tutti e tornare a parlare di valori, principi, delle domande inevase di questo Paese. Anteponendo il bene dell’Italia all’istinto di sopravvivenza dei gruppi dirigenti, i congressi fini a se stessi, le discussioni inutili sui centimetri di distanza dal PD o sulle persone. Vogliamo “rigenerare” – come dice Zingaretti – un’alternativa alle destre? Chiamiamo a raccolta tutte e tutti coloro hanno voglia di discutere della vita delle persone, di belle esperienze civiche, imprenditoriali, ecologiste, di accoglienza diffusa, di buon governo? Sarebbe doveroso in questo momento storico, per questo chiediamo ai gruppi dirigenti, dal PD in giù, di liberare la discussione e non chiuderla in congressi autoreferenziali. Non riguarda il loro destino, ma quello della sinistra, del Paese.

Chiamata urbana urgente per PD e LEU.

Perché oggi questi due partiti perdono pezzi, crollano nel voto e, nonostante l’avvento di una destra mai vista, si rinchiudono in sé stessi per fare i propri congressi, creando un distacco ancora più grande con le persone fuori da quei luoghi asfittici. Noi vorremmo rompere i muri, parlare del Paese con i tanti che ne hanno a cuore. Anche con i partiti e gli altri asteroidi, come li chiama lei, ma se ci riduciamo a quelli, siamo morti prima di nascere.

Però io non penso che il problema della sinistra, dal PD in giù, sia semplicemente la frammentazione. Tante persone oggi cercano luoghi affini, vitali, virtuosi. Quelli della politica lo sono sempre meno, è più che naturale che se ne creino di nuovi. E in questo periodo, scommetterei che è un bene, dato il quadro. Semmai il problema è che l’isolamento del Pd, la frammentazione partitica, anziché cercare un campo in cui convocare anche chi sta fuori dai partiti e sfidarsi sulle idee, preferisce rimanere tale e isolarsi. Spesso per far campare di rendita i propri dirigenti, tra l’altro.

Dentro Futura, ci accomuna però una “diversità”: abbiamo a cuore la costruzione di un’alternativa unitaria a questa brutta destra, non ci interessa la sopravvivenza di Futura. Daremo battaglia, con nuovi protagonisti in prima fila, contro questo governo. Ma daremo battaglia anche per la rigenerazione del nostro campo e sfideremo chiunque, quando gli altri – PD in testa – capiranno che è il momento di rimettere tutto in discussione e non affidarsi a granitiche certezze; quello di aprirsi e non chiudersi; quello di essere umili e non arroganti. Se mi chiedessero “come?”, risponderei “con un luogo fisico e virtuale che sia una grande agorà. E dentro la quale ci siano tutti coloro che non vogliono arrendersi alla barbarie. Poi, ci sfideremo tra idee diverse e saranno le persone a decidere. Non il ceto politico, le persone”. Nel frattempo, nel nostro piccolo, aggregheremo quelle belle esperienze civiche, innovative e sociali per essere un piccolo buon esempio.

La scelta di Laura Boldrini come front woman è pericolosa. Si dice che sia una delle donne più odiate d’Italia; se la gioca testa a testa con la Fornero.

Il consenso di Laura Boldrini lo decideranno gli italiani, sono sicuro che è ben diverso da ciò che dice, perché lo vedo nella realtà, quando è in strada tra le persone, non sui social. E mi perdoni, ma prenda un sondaggio a caso e capirà che la sua domanda è errata. Poi, mi scusi, ma non se ne può più. Primo perché non è che in questo Paese chi odia e urla, rendendosi più visibile, è necessariamente la maggioranza, anzi. Secondo, perché Boldrini a differenza di Fornero non ha fatto nessuna riforma, ma anzi ha una biografia da stimare. Terzo, perché, anche se chi la odia non lo ammetterà mai, se a qualcuno sta antipatica temo che non sia solo a causa delle bufale che l’hanno colpita ingiustamente – dai parenti assunti, al lucrare con le cooperative, al complotto per sostituire gli italiani con i migranti, finendo con l’ignoranza di chi le imputa di essere stata al governo (sic!).

La verità è che una donna, che non si fa mettere i piedi in testa, che sta antipatica come tutte e tutti quelli che ogni giorno provano a rompere muri, barriere, disuguaglianze tra sessi e non solo. Perché la conservazione fa comodo a tanti, ma solo la rottura di quella conservazione fa avanzare la storia. E in Italia – basti guardare ai femminicidi, alle violenze domestiche, ai rapporti sociali – la questione di genere è sottovalutata e inascoltata dai partiti, anche a sinistra. Io e lei siamo uomini, non possiamo capire cosa significhi essere donna in politica, nel lavoro, nella vita. Perché viviamo pure noi la nostra realtà, le nostre abitudini, le nostre costruzioni sociali. Io ho avuto la fortuna in questi anni di avere al mio fianco più donne che uomini. Donne che mi hanno insegnato a guardare bene le liturgie maschili della politica, di quanto sia considerato normale che ci sia il maschio alfa e la donna sempre beta. Da loro ho capito che non basta dirsi “femministi”, se poi ripeti le stesse pratiche di sempre, anche senza accorgertene. E in questo, anche a sinistra, abbiamo molto da imparare. All’estero c’è un sommovimento di donne che combattono per rompere il “tetto di cristallo”, qua, anche nel nostro mondo, vedo compagni accennare sorrisi e irridere le battaglie delle donne. Anche quelle di Laura. Vuole un esempio? Non ho sopportato veder ridurre la battaglia sul vocabolario di Boldrini a una qualcosa di poco importante, come se fosse un vezzo.

Ma qualcuno di questi compagni si è mai domandato perché una donna che fa l’operaio tutti la chiamano “operaia” – così come contadina, commessa – mentre un avvocato – così come ingegnere, notaio, ecc – sempre “avvocato” rimane e non viene mai declinato al femminile? Vi stupirà, ma temo che in questo campo abbia fatto più Laura Boldrini per la lotta di classe – perché questa è una questione di classe – che tre quarti della dirigenza della sinistra italiana degli ultimi venti anni. In tutto il mondo ci sono movimenti femministi, la questione di genere ha fatto irruzione nella politica, qui abbiamo un governo di maschi celoduristi che giocano a ripetere sempre gli stessi schemi atavici di un passato insopportabile.

Poi, dentro Futura c’è Boldrini come ci sono tante e tanti altri. Lo dico con fermezza perché sia io che lei siamo convinti che l’unico modo per far rinascere la sinistra in questo Paese sia affidarla a una generazione nuova, fresca, innovativa, contemporanea. Laura ha una grande visibilità, io spero con il cuore che emergano anche tante altre figure.

Precisato che la mia precedente non era una domanda, ma una provocazione, proseguiamo.

Dove andrete a pescare i consensi? Nel bacino d’utenza del PD oppure vi radicherete più a sinistra, installando un firewall che blocchi l’arrivo di opportunisti della politica che nel PD non trovano spazio?

Non voglio pescare, anche perché c’è rimasto poco da pescare nei bacini del Pd e dei partiti di sinistra. Siamo talmente riusciti ad inquinare le acque, in questi ultimi anni, che pure i pesci hanno cambiato mare. Nel nostro piccolo, vorremmo cercare anche altri mari, come quello gigantesco dell’astensione, e semmai dare la lenza in mano a coloro che non ne hanno mai avuto l’opportunità. Il bacino della sinistra radicale oggi è il 3%, quello del Pd, il 18%. A tutti oggi spetta il compito di allargare il campo. Continuare a parlare con vecchi schemi, ci renderà inutili e immobili. Le persone non hanno più una precisa collocazione, non c’è più – per colpa nostra, non loro – quel “vincolo di popolo” che c’era in passato (la mia Toscana, oggi, ne è la perfetta rappresentazione). E quando capita un momento storico del genere, il compito che hai è riattivare un entusiasmo, una passione, un’identità collettiva, un sentimento popolare. Per farlo, non basterà qualche buona idea, ma far emergere protagonisti credibili, le storie di singoli, associazioni, precari, persino imprese, che ogni giorno rendono l’Italia migliore e metterle in rete.

Di opportunisti non ne abbiamo e non ne avremo, perché non stiamo costruendo una rete per dare ruoli a qualche politico rimasto fuori alle politiche o in vista delle europee. Faremo una partita senza rete, con a cuore l’Italia. Altrimenti la sinistra diventa un feticcio per sé stessi, quando va bene, una roba inutile, quando va male. Dobbiamo tornare a far percepire alle persone che la sinistra è qualcosa di bello, non di colluso con il potere, che sta nelle sofferenze sociali e non nei salotti, che sa guardare anche alle belle esperienze imprenditoriali che si scontrano contro chi inquina, viola le leggi, licenzia senza umanità né professionalità. Per farlo, questa volta, servono fatti e persone credibili. Altro che opportunisti.

Quale Marco Furfaro vedremo al timone di Futura? Un uomo che vorrà coordinare le idee di tutti oppure un nuovo Renzi, ovvero un leader che ascolta prima di tutto se stesso?

Non ho mai fatto scelte solitarie, ne ho fatte di coraggiose, ma mai basate sull’opportunismo. La controprova è che per le mie scelte ho rinunciato a incarichi, candidature, poltrone e stipendi. Sono stato per anni in Sinistra Ecologia Libertà. Per un anno ho lavorato gratuitamente, compensando con lavoretti precari di notte (che fatica!), poi ho preso un rimborso da sette/ottocento euro, infine sono diventato uno degli esponenti più importanti, eletto in segreteria nazionale, nominato responsabile organizzazione.

Prendevo duemila euro al mese, non ho nessuna difficoltà a dirlo. Giravo l’Italia tutti i giorni e non avrei avuto possibilità di fare altro. Ma quando si è sciolta, non ho condiviso il percorso conseguente (quello di sinistra italiana) e me ne sono andato, non ho pensato a ciò che perdevo. Perché la politica non è uno stipendio, ma seguire ciò in cui credi. Così, mi sono ritrovato disoccupato e ho reiniziato con i lavoretti precari (e con le notti a scrivere progetti, testi di consulenza, ecc). Qualcuno dirà che ho fatto male, altri che ho fatto bene. Ma lo racconto perché la politica non è solo opportunismo e soldi, anzi.

La politica è fatta di scelte, che a volte portano gratificazioni, altre volte ti schiantano a terra. L’importante è sapersi rialzare. E se ci sono riuscito, se oggi sono il coordinatore di questa bella rete politica, è perché ho imparato una cosa in questi anni: “si parte e si torna insieme”. In questo modo guiderò la mia rete, prendendomi la responsabilità delle scelte, cadendo per prima, ma sapendo che da sola nessuna persona al mondo, vale niente.

Bene Furfaro. Ora alle parole dovranno seguire i fatti. Ed ai fatti l’apprezzamento (o meno) degli elettori. Ci risentiremo in futuro, per un primo bilancio.

Buon lavoro e buona vita.

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