Cantieri di un’altra Roma

Negli interstizi territoriali di una città in ginocchio come Roma, disimpegnati dal mercato e dalle politiche di welfare, emergono nuove forme di mutualismo sociale, economie di sussistenza e progetti di imprenditoria dal basso. Come è possibile accompagnarli, rispettando l”autorganizzazione, ad esprimere tutta loro potenzialità e creatività? Quale ruolo possono giocare gli istituti di prossimità, ad esempio con i “Poli civici”?

Roma è una città in ginocchio. Tra le metropoli italiane è quella che più ha pagato e sta pagando economicamente e socialmente la crisi del 2007-2008; una crisi che ha ampliato la divaricazione sociale nel nostro Paese, allargando la forbice delle diseguaglianze, e che si è innestata all’interno di un flusso storico caratterizzato dalla messa in discussione dell’impianto solidaristico e dal compromesso tra capitale e lavoro che aveva segnato il periodo post-bellico. In questo contesto, in virtù di profondi stravolgimenti nella sfera della produzione e della finanza e della gestione degli stessi da parte dei gruppi dirigenti economici e politici, il debito pubblico, motore delle politiche di welfare, è diventato nella narrazione pubblica limite allo sviluppo economico, occupazionale e sociale. Tra le misure di gestione politico-istituzionali della crisi, si è rilevata l’ulteriore riduzione dell’impegno pubblico nella sfera sociale e sanitaria: alle amministrazioni locali attraverso il patto di stabilità è stato sollecitato, se non imposto, il riordino della spesa, che le costringe a operare ingenti tagli. Gli effetti immediati di questo indirizzo sono l’uscita di fasce sempre più ampie della popolazione dalla copertura del welfare pubblico, l’indebolimento dei servizi e l’aumento della pressione fiscale a livello territoriale. L’austerità ha scaricato, infatti, sulle città i suoi effetti, conducendo all’attivazione di politiche di dismissione e privatizzazione dei servizi fondamentali.

La sindaca Virginia Raggi, in merito, è stata molto meticolosa. In particolare, nella Capitale, il ritiro dell’impegno istituzionale sul piano dei servizi e delle infrastrutture, la diffusione di forme di occupazione sempre più molecolari, instabili e precarizzate, insieme alla perdita massiccia di posti di lavoro, stanno minando profondamente la coesione sociale in territori sempre più vasti della città. L’Amministrazione capitolina, di fronte a questo scenario, non solo non tematizza la povertà tra le urgenze dell’agenda politica e istituzionale, ma non attiva neanche le misure minime di pianificazione, coordinamento e integrazione dei servizi socio sanitari. Gli uffici comunali e municipali sono lasciati di fatto senza input politici e i piani sociali di zona consegnati alla buona volontà di dirigenti e operatori sociali pubblici e privati.

Interstizi territoriali

In tale contesto di crisi economica e impoverimento complessivo anche di figure tradizionalmente definite “garantite”, in alcune aree della città, negli interstizi territoriali, economici e sociali, disimpegnati dal mercato e dalle politiche di welfare, emergono nuove forme di mutualismo sociale, di produzione di economie di sussistenza e di progetti imprenditoriali cosiddetti “dal basso”. Attività concrete che diventano veri e propri servizi alla persona, occasioni occupazionali e punti di riferimento di natura comunitaria per un numero sempre più ampio di persone. Si tratta di iniziative di natura civica spontanea che spesso, come nel caso dei co-working, intercettano anche le esigenze di cooperazione funzionale delle nuove forme del lavoro metropolitano. Questo arcipelago sociale non sempre struttura con la sfera del pubblico statuale relazioni formali, tendendo, piuttosto, a stabilire rapporti strumentali alla persecuzione di una finalità solidaristica, mutualistica o di nuova imprenditorialità, che non necessariamente incrocia la mission istituzionale.
Qui non mi interessa tanto (o meglio, non soltanto) evidenziare l’importanza della messa in rete politica, quella di chi, comprensibilmente, vista la crisi di senso che attraversa la Sinistra, vuole riscoprire nel mutualismo la fonte di un nuovo pensiero radicale (il ritorno alle origini del movimento operaio come ricetta per abbattere ingiustizie e capitalismo, per intenderci). Mi interessa piuttosto la ricerca dei nessi possibili tra pratiche neomutalistiche e governo locale, mi interessa sostenere gli obiettivi e l’ardore progettuale di queste esperienze e reti per farne esplodere le potenzialità di protezione e insieme autorganizzazione sociale e comunitaria. È chiaro che la dismissione in atto dell’impianto pubblico va fermata con determinazione resistendo in tutte le sedi politiche e sindacali, ma al tempo stesso bisogna allearsi con la migliore società in potenza. È possibile riformare il welfare locale dentro questa connessione tra pratiche mutualistiche e quelle forme di governo del territorio che investono nell’innovazione e nella capacitazione sociale? È possibile, nel rispetto dell’autonomia progettuale di queste nuove aggregazioni sociali, fornire un quadro normativo di prossimità in grado di rinnovare il sistema di welfare e al tempo stesso allargare il raggio di azione e la ricchezza di visione di tali esperienze? È possibile, infine, nel dipanarsi operativo di questi nessi e relazioni immaginare scenari di presa in carico integrata delle sofferenze sociali e contestualmente costruire momenti effettivi di autogoverno di comunità?

Durante la precedente Amministrazione comunale, prendendo spunto dalla messa in rete di servizi informali in alcuni quartieri di Roma, è nata la proposta di definire il possibile sviluppo di nessi amministrativi tra questi processi in via di costituzione e la necessaria riforma del welfare locale.

Poli civici

Nel corso di alcuni incontri tra amministratori locali ed esperienze cooperativistiche, mutualistiche e dell’associazionismo ha preso corpo l’idea dei “Poli civici integrati di mutualismo sociale”, uno strumento normativo capace di inquadrare queste esperienze di welfare locale al fine di favorirne le potenzialità. Per Polo Civico si intende un luogo fisico o un insieme di luoghi fisici che mettano in rete servizi formali o informali territoriali in cui convergano, in modo integrato, le attività promosse da enti pubblici, associazioni, organizzazioni non profit, imprese sociali, volontariato, gruppi organizzati di cittadini e forme di imprenditorialità locale. Il tutto al fine di rispondere a esigenze individuali, di beni e servizi, nonché a necessità collettive di maggiore coesione territoriale e sociale. La proposta, a differenza del precedente impianto previsto dalla legislazione corrente, favorisce un abbassamento della soglia di accesso alla partecipazione popolare nella fase del riconoscimento delle nuove domande sociali, in quella della progettazione integrata e della gestione dei servizi, attraverso un rapporto virtuoso di relazione tra assemblee popolari e tavoli di progettazione tra enti locali e soggetti della società civile.

Non solo, quello che la proposta vuole perseguire è anche un più compiuto decentramento e lo sviluppo di processi di self-management nella sfera pubblica. Infatti, in questa ipotesi di promozione strutturale delle reti sociali, le Istituzioni di prossimità – in particolare i Municipi – potrebbero, se adeguatamente supportate normativamente e amministrativamente, mettere in atto azioni di governance capaci di sostenere e promuovere le possibilità costituenti di questa nuova e spontanea sfera di welfare.

Un nuovo welfare

Certo, per attivare tale processo, sarebbe necessaria una disponibilità politica delle amministrazioni a rinnovare i modelli di governance e l’impianto amministrativo di sostegno affinché il pubblico non sia concepito come limite. Un rinnovamento che dovrebbe conoscere, come premessa, l’integrazione delle unità amministrative a monte, affinché il sistema di welfare che “cade” sui territori, possa farsi forza sui vantaggi amministrativi, contabili e gestionali di tale integrazione. Quest’ultima dovrebbe avvenire a livello Regionale per scendere fino a quello Municipale, coinvolgendo gli uffici competenti in materia sociale, urbanistica, culturale e patrimoniale perché senza una piena competenza dei Municipi in materia economica e di Bilancio, l’integrazione tra servizi e tra servizi e territorio rischia di rimanere mutilata.

Rinnovamento della componente tecnica della governance, maggiore investimento sulle politiche sociali in termini ampi, insieme ad un impegno da parte di tutti i soggetti in campo a scommettere sulla partecipazione civica e su una nuova tensione etica possono essere elementi vitali per una proposta capace di riformare il welfare nella drammatica fase storica che stiamo vivendo.

di Gianluca Peciola
fonte: comune-info.net

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