Alle europee uniti, ma per cambiare l’Europa

l 4 marzo, tutto il mondo progressista, dal Pd in giù, ha subito la più cocente sconfitta mai vista.

Sembra assurdo ripeterlo oggi, a otto mesi di distanza.

Ma torna doveroso farlo per capire perché, mentre il M5S perde 6-7 punti percentuali di consenso dalle elezioni Politiche, le forze di centrosinistra tutte – che si chiamino Pd, Leu, Pap o Più Europa – non risalgono di un millimetro.

Nonostante i condoni, il razzismo, la ferocia di questo governo sfacciatamente di destra.

La verità è che nessuno dei dirigenti di quei partiti ha ancora fatto i conti né con le proprie responsabilità né con i motivi di quella epocale sconfitta.

Chi guidava il Pd ha persino provato a rimandare il congresso, fino a ritardarlo di quasi un anno.

Il tutto con paradossi a tratti sconcertanti: dal rivendicare ricette che gli elettori hanno demolito nelle urne fino alla candidatura di Marco Minniti, fattasi attendere per settimane “al fine di valutare quanto essa poteva essere unitaria” (il fatto che sia divisiva per la sinistra, i cattolici, i radicali e lo stesso Pd, evidentemente è risultato un particolare irrilevante).

Fuori dal Pd, si scompongono e ricompongono partiti su partiti, riproponendo le stesse parole d’ordine come se niente fosse successo.

E come se non fosse nemmeno colpa loro, ma sempre di quello accanto.

La “nuova” proposta è l’ennesimo cartello elettorale salva quorum con dentro tutto e il suo contrario, comprese posizioni sovraniste e anti-euro.

Perdonate la brutalità, ma avete e abbiamo perso. Voi per primi e noi appresso a voi.

Lo dico perché non è mia intenzione esimermi dalla sconfitta, pur non avendone fatto parte, ma non saremo mai migliori del M5S o della Lega se non ripartiamo dall’assunzione delle responsabilità di ciò che è accaduto, dalla presa d’atto che il mondo della sinistra come lo avevamo conosciuto è finito.

Temo che sia proprio questa mancanza che porta a riproporre, in vista delle Europee, le solite vecchie alchimie. Solo che questa volta è l’Italia, non la sinistra, a non potersi permettere un altro fallimento.

Basta, sinceramente. Basta perché siamo di fronte a un’Italia che forse voi non riuscite a vedere, a vivere, ad osservare nella sua gravità.

Ma qua, sul Pianeta Italia, le persone vengono schedate perché vanno a manifestare o partecipano alla proiezione di un film su Stefano Cucchi, ragazzini inermi vengono picchiati alle manifestazioni, persone che avrebbero diritto a una casa e a una dignità vengono buttate in strada, un sindaco a Riace viene estromesso dal suo Paese perché per lui – a differenza del ministro dell’Interno – non vale che lo abbiano eletto i suoi concittadini.

Decine di migliaia di persone finiranno per strada perché non esisterà più la protezione umanitaria, le donne vengono umiliate dal ddl Pillon e da mozioni antiabortiste, le famiglie arcobaleno vengono disconosciute, i ragazzi down o con la sindrome di Asperger vengono offesi e umiliati.

Con tutto il rispetto, ma che deve succedere ancora per non capire che siamo di fronte a un governo reazionario, che mina le fondamenta dello stare insieme e della democrazia, che non tollera le diversità e le minoranze?

L’Europa, l’Italia sono in pericolo. E non sono le élite, l’establishment a tremare. Quelli se ne fregano.

I soldi, il potere finanziario, le multinazionali, si spostano dove gli conviene, si riciclano e si rideterminano vicino al potere politico di turno. Non saranno loro a rimetterci, ma i poveri, gli ultimi, i più fragili.

Lo scontro con Bruxelles non riguarda l’indebitamento, riguarda il modello di società. I decimali in più o in meno sono il pretesto per preparare il grande scontro che porterà l’Italia ad uscire dall’Europa, per tornare ai muri, alle frontiere, allo Stato nazione.

Cioè dove ricchi e potenti comandano su masse povere e soggiogate che, per tenere a bada, vengono aizzate contro le minoranze.

È un giochino che va avanti dalla notte dei tempi, che ha portato barbarie, guerre e catastrofi. Di fronte a tutto questo, come si fa a non capire che è tempo di unirsi e di battersi insieme? E, badate bene, questo non significa proporre un minestrone di tutto e niente. Tutt’altro.

Questo significa prendere atto che il 4 marzo è stata punita dagli elettori sia la sinistra diventata conservatrice, iperliberista, che quella che voleva mostrarsi alternativa.

Riproporre le stesse due versioni – il fronte delle élite che propone Calenda quanto l’ennesimo cartello elettorale – in salsa europea, non porterà che allo stesso risultato.

Non possiamo permettercelo. Si vota per il Parlamento e abbiamo bisogno di portarci tutte e tutti coloro possano arginare i nazionalisti. Serve unità, dunque.

Ma attorno a una diversa idea d’Italia e d’Europa. Guai se fosse il maquillage con cui un gruppo dirigente sconfitto si rifà il trucco e si ripresenta come se nulla fosse.

Unità di intenti e generosità, vorrei chiedere a tutti i partiti della sinistra.

Perché oggi non sono i partiti a mancare, ma un’idea di società e un processo di partecipazione democratica che faccia sì che le piazze che stanno tenendo alta la bandiera dell’opposizione si sentano coinvolte e rappresentante.

Sarebbe ipocrita e ingannevole pensare di costruire tutto questo “solo” con una proposta elettorale. Perché avrà bisogno di mesi, di pazienza, costanza e impegno.

Anche per sconfiggere l’impianto neoliberista di chi ha guidato la sinistra negli ultimi venticinque anni.

Ma nel frattempo, possiamo agevolarlo con un progetto per l’Europa che vada in questa direzione e recepisca le paure di tanti italiani, che sia politicamente convincente ed elettoralmente efficace.

Un progetto che sia propedeutico alla costruzione di un nuovo campo dell’opposizione e che riparta da tre assunti. Il primo: nessun cedimento al nazionalismo.

Il secondo: riconoscere che questa Europa – lontana dai cittadini, preda di burocrazia e senz’anima – è un regalo ai nazionalisti. Il terzo: che sia credibile.

Serve una proposta totalmente, quanto diversamente, europeista, che metta al centro la transizione ecologica e la lotta alle diseguaglianze, che faccia percepire a una generazione che non vuole arrendersi che siamo in campo per cambiare l’Europa, non per difendere l’esistente che non funziona.

Per farlo, servono persone credibili nell’interpretare quel cambiamento.

Perché solo così potremo essere l’humus in cui chiamare a raccolta le Alexandria Ocasio Cortez di casa nostra.

Cioè di una nuova generazione che si sente fieramente socialista, ecologista, femminista e convince l’elettorato che è l’unica soluzione contro l’avanzata di queste destre reazionarie.

In uno slogan, citando Laura Boldrini: “Cambiare l’Europa, per salvare l’Europa“.

Una lista unitaria, quindi, con un chiaro perimetro politico ma aperta a tutti coloro che condividono l’idea che serva un’alternativa al bipolarismo tra nazionalisti versus élite.

Non mi interessa chi ci sta, ma cosa si fa. Ma non voglio essere ipocrita. So che nel Pd ci sono molte ambiguità e spero che il congresso riesca a risolverle in positivo.

Per questo penso che uno dei compiti di chi pensa di abitare il mondo progressista sia interloquire con Zingaretti nella sua sfida di rigenerazione del campo del centrosinistra.

Avrà sfumature diverse dalle nostre, ma la stessa opinione sulla necessità di una discontinuità e di un cambiamento di politiche in Italia e in Europa.

E visto il vento di barbarie che sta avanzando senza sosta, serve portare in Europa le migliori energie, evitando di dividersi mentre là fuori l’Italia va a picco.

Sabato 24 novembre a Roma, all’Auditorium di via Rieti, discuteremo con Zingaretti, Boldrini, esponenti dei Verdi, Diem25, Possibile, Italia in comune, a sindaci e rappresentanze sociali, di questa proposta. Sperando insieme di poter aiutare l’Italia e l’Europa ritrovare una strada di speranza.

Marco Furfaro

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